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VIDEO – Lazio, centri antiviolenza, il reportage

Nel cortile del grande edificio di viale di Villa Pamphili 71, a Roma, ci sono un monopattino, una bicicletta e un pallone giallo e blu. Un piccolo cancello divide lo spazio dei ragazzi del ‘Caravillani’, liceo artistico della Capitale, dal giardino dove i bambini ospiti della casa rifugio, gestita da Differenza Donna, cercano di ritrovare i giochi e la serenità perduti. Anche qui, nello storico centro antiviolenza di Monteverde, gli uomini che maltrattano le donne sono per lo più compagni, fidanzati, mariti o ex mariti, in linea con il dato nazionale, per cui l’80% delle violenze avviene tra le mura domestiche o nell’ambito di relazioni sentimentali. Violenze che spesso durano anni, coinvolgendo anche minori. Nelle stanze del centro tutto sa di casa. Libri per bambini, colori e stendini, una cucina con un lungo tavolo. E poi gli uffici delle operatrici con faldoni e faldoni di “donne uscite” dalla violenza, divise per anno.

LA STORIA DI SUVADA

Tra queste c’è Suvada, 50 anni, a 17 in fuga dal Montenegro in guerra, a 27 sposa di un italiano. Approda al centro antiviolenza ‘Maree’ di Differenza Donna dopo 13 anni di violenze fisiche e psicologiche da parte del marito, e tre figli, oggi di 21, 19 e 13 anni. In otto anni, uno e mezzo nel centro, ha ricostruito la sua vita, e oggi ha un lavoro, una casa, un rapporto con i suoi ragazzi e nessuna paura di scandire il suo nome, né di raccontare la sua storia. Che poi è la filosofia del centro di Differenza Donna a Monteverde, affiliato alla rete nazionale D.I.Re-Donne in Rete contro la Violenza.

“La nostra casa rifugio non è un luogo segreto- spiega alla Dire Cristina Ercoli, responsabile della struttura finanziata dalla Regione Lazio- Da sempre c’è stata questa politica di voler essere presenti e dare visibilità. Devono essere gli uomini violenti a non avvicinarsi perché c’è una condanna sociale”. La comunità e il quartiere sono la principale protezione di uno spazio nato in difesa delle donne che trova la sua forza non nell’invisibilità, ma nel riconoscimento e in quella “rete di sinergie” sviluppata in oltre vent’anni di attività sul territorio con forze dell’ordine, associazioni, scuole.

“Questo è il primo centro nato su Roma nel 1992, ogni anno mediamente accogliamo 500 nuove donne- continua la responsabile- Dall’inizio di quest’anno 75 si sono rivolte a noi con una richiesta di aiuto”. Tra le violenze più segnalate al centro di Differenza Donna di via di Villa Pamphili, “i casi di maltrattamento, circa 400 l’anno- racconta Maria Teresa Algomeda Centeno, operatrice e mediatrice culturale- e lo stalking, una sessantina di casi l’anno”.

Negli ultimi anni, poi, “sono aumentate le segnalazioni per casi di sexting“, la diffusione non autorizzata di contenuti video o foto scambiati con il partner in un rapporto di fiducia. A mettersi in contatto con il centro sono soprattutto “donne italiane- sottolinea Centeno- ma abbiamo anche un numero significativo di donne straniere”.

Gli otto posti della casa rifugio “sono sempre al completo”, precisa Ercoli, che gestisce il centro con oltre dieci figure professionali, dall’assistente sociale all’educatrice, dalla psicologa alla ludo-pedagogista, dalle operatrici alle volontarie, alle tirocinanti. Donne che aiutano altre donne.

Garantiamo un ascolto h24– spiega Marta Ricci, operatrice nel centro di Monteverde- Se la donna è disponibile ad avere un primo colloquio apriamo una scheda in cui raccogliamo le narrazioni del vissuto di violenza di ognuna, per dare modo all’operatrice che la accoglierà di dare continuità e sostegno ad ogni donna, nella sua unicità”. Colloqui che avvengono in una stanza dedicata, luminosa e riservata, in cui la donna può sentirsi libera e protetta e narrare il suo vissuto. Una fase cruciale per l’inizio del suo percorso di uscita dalla violenza, che le permette di “riprogettare se stessa”, a partire dalla molla che l’ha portata a ribellarsi. Suvada ha deciso di farlo, dopo 13 anni di “schiaffi e calci”, per proteggere i suoi figli. “Mi aveva rinchiuso in casa, non potevo avere amicizie, non ero libera dal punto di vista lavorativo, mi aveva allontanata dalla mia famiglia- racconta- Pensavo di aver trovato l’uomo più buono del mondo, ma quando sono rimasta incinta della prima figlia ha cominciato ad urlare sempre più spesso. In un primo momento ho pensato che fosse colpa mia”.

Un meccanismo ricorrente, quello della colpevolizzazione che, spiega Marta Appi, tirocinante del centro laureata in Psicologia, si attiva perché le donne “pensano di essere responsabili della violenza, di aver fatto qualcosa di sbagliato che giustifica i comportamenti del maltrattante”. “Questo è l’unico reato- chiarisce Emanuela Mereu, assistente sociale- che la donna è costretta a dimostrare”.

“È stato molto difficile uscirne, ci sono stati momenti in cui ho pensato di togliermi la vita- ricorda con la voce rotta dall’emozione Suvada- Io sono straniera e lui mi minacciava spesso che mi avrebbe preso i figli”. La svolta all’ennesima umiliazione: “Un giorno ho visto mio figlio che stringeva i pugni quando ha visto il padre che mi ha sputato, cominciando ad umiliarmi. Ho preso tutti e tre i miei figli e mi sono rivolta agli assistenti sociali, ma non l’ho denunciato”.

Assistenza legale, inserimento lavorativo, sostegno alla genitorialità, ma anche inserimento dei minori nelle scuole e accompagnamento agli incontri protetti stabiliti dal giudice con i padri. Il sostegno alla donna offerto dalle operatrici è a 360 gradi e si innesta su “una lettura del fenomeno- chiarisce Ercoli- che si basa sull’empowerment” e sulla necessità “di declinare tutto in un’ottica di genere, anche i saperi professionali” delle operatrici. “Otto anni fa mi sono riprogettata fuori dalla violenza- conclude Suvada- Al centro ho trovato la forza di riprendermi la mia vita, la mia libertà, la mia dignità, il rapporto con i miei figli che nella casa non c’era. Oggi posso dire che sono felice”.

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